Direttore Andrea Barretta

Un critico che cerca l’artista

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Il nuovo libro del critico d’arte e scrittore Andrea Barretta

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Un critico che cerca l'artista 2

L’arte e la poesia come lavacro esistenziale.

Un libro diverso da tutti gli altri dello stesso autore, perché intimista, più personale, tant’è che è scritto usando la prima persona. Come un diario, una vita ricca di esperienze da sondare e oggi verificabili ma, soprattutto, una scuola negli anni dell’esistenza spesi nel vivere la cultura, con eventi straordinari e nello scoprire che l’arte avrebbe avuto un importante ruolo nella sua vita. Realtà spazialmente e temporalmente diverse che pur vivono in una suggestione reciproca, se guardiamo a una visione dell’armonia. E allora queste pagine di Andrea Barretta, da giornalista a poeta, da scrittore a critico d’arte, sono una strada per riproporre la bellezza come cardine fondante nell’eliminare le disuguaglianze tra artisti nell’attuale sistema dell’arte che allontana e non unisce, e guardare alla meraviglia, manifestazione e veicolo per una formazione in ogni suo aspetto, nel senso che è prevedibile anche quello spirituale.

Sono finestre sull’oltre e sull’altro, tra poesia e arte, ad affrontare l’esistenzialismo anche nei contesti di sempre, nella casa dove abitiamo, nella fabbrica o nell’ufficio che chiama al lavoro, lungo le strade dell’ordinario andare che portano anche nei musei, sulle orme dei nostri padri.

Sono passi nella immaterialità, ciò che è superiore a ogni altro nello stesso genere, nell’antitesi con quanto sta nei limiti della conoscenza possibile. Perché vi sono altri luoghi, e qui per l’autore sono quelli dell’incontro con l’arte e l’artista, e tutto dipende dalla libertà del voler sentire una realtà ulteriore rispetto a questo mondo, superiore, ma che è già dentro di noi.

Anche magiche utopie come ritorno in un cammino cui rimanere fedele per gridare con gli occhi come voce dell’anima, come naviganti in pericolo che vedono la terra: c’è speranza, siamo salvi! “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo, che l’arte; ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”, diceva Johann Wolfgang Goethe. Dunque, quello che Barretta cerca risiede in una nuova epifania per dare forma e significato a quanto già preesiste in noi, e ancor di più nell’arte a sviluppare non la gloria, ma un canto al creato. Così mantiene un tema fideistico che indaga meditazioni sentite, sovente solo con lo stupore, con l’entusiasmo che giudica ragione dell’esistere, a quanto di bello pure gli artisti hanno fatto, quasi un pellegrinaggio che conduce verso le radici della maturità di Abramo, e nei paradigmi che implicano premesse sulla visualizzazione del sacro per mezzo dell’arte, oltre quella neo-paganità contemporanea, che non incanta né illumina, perché ne deriva una discutibile estetica che spesso neanche c’è, di un’arte non più come centro di bellezza, ma di contraddizioni, di finzione, solo piccole parti del vero. Non avviene quanto Chagall teneva ben presente nel dire che “i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che era la Bibbia, lì trovavano il loro lessico iconografico, il loro albo di immagini e la stessa cultura letteraria”.

L’arte c’interroga e ci sentiamo persi, perché in quella contemporanea del grande mercato vediamo lo sfacelo privo del pensiero lungimirante degli artisti del passato remoto e prossimo, privo dell’attesa e del timore al contempo di una eredità innovatrice all’interno di una catastrofe collettiva che è presente in una stratificazione culturale che ha sotterrato la bellezza per il decorativo e per spettacolari rappresentazioni. Dovremmo avere uno sguardo succedaneo all’urlo di Munch, che sia scaturigine della ferita trasformatrice di cultura che, in modi differenti, traghetti in un domani avanguardistico, come nel pensiero di Richard Wagner per un’opera d’arte totale delle arti singole che concorrono a un unico proposito, in sintonia con la similitudine formulata da Orazio “ut pictura poesis”, ossia come nella pittura così nella poesia. Infatti, Leonardo da Vinci analizza ulteriormente questa relazione, spiegando come entrambe le arti mirino a imitare la natura e a creare armonia. La pittura, rivolgendosi all’occhio, crea un’armonia visiva che può suscitare stupore, così come la musica può far felice l’udito. La frase, a lui attribuita, “l’arte è una poesia muta”, sosteneva che la pittura è una “poesia che si vede e non si sente”, mentre la poesia è una “pittura cieca” che si può “sentire e non vedere”, a sottolineare la capacità dell’arte visiva di comunicare concetti in modo potente, silenzioso ed espressivo. 

Simone Weil, che nella sua breve esistenza ha esplorato la morale, fa presente nei suoi “quaderni” il continuo riferimento alla bellezza quale sigillo del bene e precisa che “senza ostacoli inevitabili l’arte stessa sarebbe ricondotta a un puro gioco”, e mette come prova che “non è possibile concepire il bene senza passare per il bello”. Mentre il teologo Hans Urs von Balthasar, di cui è nota la sensibilità verso quest’argomento che ne ha caratterizzato il pensiero, ha descritto “l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto”, e quest’ultima parola “è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza”. Solo quel tanto che l’oscurità ci consente di vedere, effetto notte in cui la realtà ci assale con tutta la sua drammaticità, in un torpore che addormenta, andando nel buio dei compromessi, nella tarda sera come fu per Nicodemo. Oppure come l’andare in una città di notte e sentire il passo di altri che non incontreremo mai.

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