Non c’è un confronto critico serio per intuire lo smarrimento in atto.

Un percorso nel connubio arte-parola non in giustapposizione tra loro, tra arte verbale e arte iconica per intenderci, e nemmeno per quello di un loro contagiarsi allorquando serva per aiutare a risanare l’una e l’altra, ma vorrei andare sulle possibilità dell’arte in stati d’animo e labirinti interiori, oltre tutte quelle cose insensate che chiamano arte, in accostamenti impropri. Poi mi soffermo su quello che ha portato la parola nell’arte e che ha finito per sorreggerla per quanto la rappresenta travestendola, non per esaminare e investigare la verità, ma per impostare il vaniloquio e la supponenza. E se è solo invenzione e sovrasta la sintesi che un’opera d’arte deve dare a chi guarda, allora anche la morale artistica non sarebbe bastante per intuire lo smarrimento in atto, che è anche semantico, soprattutto quando certa arte abdica nel dimenticare sé stessa. Eppure non è un archetipo, perché l’artista è il divenire con il mutare dei contesti comuni riferibili alla collettività. Tuttavia quando l’arte è impregnata di stereotipi in parole prive di lucidità e intransigenza, tra composizione e funzione, tra lettura e godimento dell’opera, perde la sua attitudine a trasferire sensazioni. Che si esprime, ma non si rivela del tutto. Poi c’è l’altra arte, quella che è letta in tutte le lingue del mondo senza essere poliglotti, che conserva qualcosa da dire, qualcosa da cui ripartire per cercare di ritrovare quella direzione che abbiamo smarrito, senza prendere sul serio quanto è solo intrattenimento, diversione, con la perdita dell’autorialità, in complesse scelleratezze in manovre d’investimento, tanto che non c’è dibattito, se non certezze urlate.
A iniziare da queste premesse ecco i luoghi dove si celebrano i riti e si fabbricano i miti, a riflettere su come sono cambiati i linguaggi dell’arte, il rapporto di reciprocità con il pubblico e la collocazione dell’artista, e come purtroppo siamo giunti in una cosificazione dell’arte in concatenamenti con la parola alla stregua di oggetti e materiali, assimilandola in una industria autoritaria e accentratrice. Infatti, un passo va da sé sta proprio in quell’arte che oggi ci pone continuamente di fronte a una scelta: arte o non arte. Così cerchiamo di comprendere il perché l’Italia abbia tradito l’eredità ricevuta per convivere con la bruttezza in una apatia unanime, nell’ordinarietà che costringe l’astante ad essere anch’egli creativo nel dare un ulteriore senso – sebbene oscuro – attraverso un proprio atto nell’immedesimarsi con l’idea che trova di facile realizzazione e per questo vicina, mentre “il pensiero procede in sistemi così remoti dagli originali residui percettivi che questi non hanno trattenuto più nulla delle qualità di quei residui e hanno bisogno di essere rinforzati da nuove qualità per essere coscienti”, descrive Freud.
La mia analisi inizia da un’arte che ha creato un impianto dove non è più elemento centrale, ma solo una grande impostura, aspetto che vuole convincerci di una metamorfosi dovuta, mentre è solo formula mercantile che sembra non distinguere più l’arte, ma il contrario. Certo, la mia è una visione critica verso il destino dell’arte distolta dal suo contesto ideale, e di questo intendo lasco qui una traccia nel penetrare qualcosa di comprensibile nell’incomprensibile dell’attuale arte, nell’incognita come ricerca che chiede ancora cosa è lecito sperare giacché il sintomo è quello di una epidemia che sembrerebbe dare credito a un artista senza vocazione né forza propulsiva, perché non possiamo non ravvisare quanto Charles Baudelaire attestava sul bello che “non ha che un tipo” mentre “il brutto ne ha mille”. Tanto che è l’arte stessa ad essersi appropriata delle contraffazioni e della critica nella stranezza che sta in una esibizione, nel paradosso che è proprio questa inabilità ad essere riconosciuta come arte. Allora, chi ha la legittimità e l’autorevolezza per operare questa mutazione?
“Acta non verba”, dicevano i latini, nell’invito ad agire più che parlare. Dunque una realtà malata in una società malata con pochi atti e tante parole, di cui vado a trattarne alcuni spunti e forse, in alcuni casi, servirebbe più un’analisi sociologica e psicologica piuttosto che di teorie estetiche, per intendere come funziona l’arte e cosa significa un’opera d’arte. Per comprendere cosa subentra. E se l’affermazione di un’arte come male necessario, nel senso che potrebbe essere – o sarà? – foriera di un nuovo che per ora non abbiamo, ecco che sembianze di un cambiamento si modificano in un’arte lacunosa che ne risulterebbe precipua, perché fa mutare ciò che il complesso degli addetti ai lavori decide che lo sia, con chi sopravanza l’opera stessa e ne prende il sopravvento nel formulare a volte quanto l’artista stesso non avrebbe osato fare e dire. Da qui potremmo aprire un dialogo sull’elitismo, ma pur riconoscendo che se non ci fosse la malattia non rileveremmo né una cura né la guarigione, è mia opinione frenare per non accettare l’alterazione, e rimandare al mittente funzioni considerate originali. Infatti, se quanto vediamo sembra dirci che tutto può diventare arte, com’è possibile che niente lo sia?

L’arte oggi circoscrive la sua solitudine nichilistica, incapace di prendere la decisione di cambiare, nella desolazione che la pervade, in fatti che approdano ad altro per “artistar” presenti nel sistema. Che non sente l’esigenza di riscoprire sé stessa, nel non interrogarsi, perché soggiogata da forme che fanno traballare il senso comune del canone della bellezza, nelle mostre e anche nelle opere pubbliche, dimensione dell’essere nella superficialità … e nei tanti testi critici come sabbie mobili tra ambiguità oggettuali e nessun assetto contestuale, senza una rispondenza sul predominio di azioni in accezioni dissonanti senza senso e che la critica incrementa in fantasie surrettizie, mentre si continua a essere ciechi e muti di fronte alla non arte. Eppure in questo vuoto incolmabile dobbiamo pur percepire qualcosa. Parliamone, cercando di spiegare l’arte all’arte e i perché della bellezza perduta, fermo restando che è difficile parlare di regole da porre nel contrasto con la spontaneità, ma è da rivedere l’esame dei meccanismi che assegnano la qualifica di opera d’arte a un artefatto in cui si può riscontrare soltanto il grottesco.
Forse una presunzione quella di definire l’arte sostenendo requisiti necessari all’abilità, come la possibilità di caratterizzarla in termini catalogabili, tanto che la descrizione è una questione molto dibattuta per quella contemporanea priva dei punti fermi di elementi certi. L’arte ha in sé la trasmissibilità, ma si è passati dall’identificazione alle parole che confondono le norme che regolano il concetto di arte, e questo a priori per giudicare qualsiasi opera, nel fraintendimento di ritenere il lato artistico congiunto con quello statuale, deficitario di correlazione con i principi generali dell’essere in quanto essere per una critica. Tanto che, pur escludendo preconcetti, non esisterebbe una sola arte giacché quella togata non vale altro all’infuori di sé, non situabile in un profilo certo originato dal contenuto, e bisognerebbe trovare un altro nome per specificarla, che essendo il contrario potrebbe essere “etra”. Infatti, le avanguardie nel Novecento hanno esaurito le ricerche, sostituite oggi da artisti poco creativi, indirizzati dalla critica e dalle fiere. Resta un’arte che sopravvive, oggetto di poche discussioni a cercare in che modo si possa conciliare con la cultura e comprendere quanto sta capitando, perché “un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace. Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà”, diceva il filosofo Oswald Spengler. Dunque, qual è il contributo che ognuno di noi potrebbe dare per interpellare i codici che definiscono la nostra elaborazione del vero e con quali criteri, nell’attuale fase dell’arte nel passare da un’epoca alla successiva. Su come districarsi, quando, diceva lo scrittore israeliano Ephraim Kishon, “dei quadri moderni si capisce una sola cosa: la firma”.
Siamo in una contemporaneità di cose artate e un prodromo potrebbe essere fornire indizi per fondare un’opinione, per aprire un dibattito, nel dubbio che “cresce con la conoscenza”, diceva Wolfgang Von Goethe, perché questa può elevarsi a riflessione. Ci vuole ben altro per accedere all’arte e rintracciarne la capacità di evocare la magnificenza quale frammento in cui l’improbabile diventa plausibile, nell’arcano che sempre si rinnova nelle grandi testimonianze che resistono al tempo. Così il poeta romantico inglese John Keats nel dire che “una cosa bella è una gioia perenne”. Ma gran parte dell’attuale arte non ha un domani, vive in una bolla che prima o poi scoppierà, ed ecco quindi che si pone come un male da cui risorgere, per ripartire dall’arte stessa come estremo strumento di resistenza, giacché l’arte è importante quando va in quel terreno fertile in cui produrre quanto potrà essere cibo per l’umanità e per questo intendo che l’attuale potrebbe essere un male necessario, perché potrà servire a raggiungere il fondo del baratro da cui non si può fare altro che risalire.
Certo i veri artisti ci sono e la loro arte interagisce con noi, eppure ci ritroviamo comunque nell’attuale disastro, e anche chi dovrebbe riedificare sta in una nullità totale a partire dalla scuola e dalle ormai tante accademie che non danno una cultura adeguata all’arte e alla sua storia, ma il discorso è ampio e con qualche distinguo che potrebbe affiorare. Raro. E non soddisfa – visti i risultati – la convinzione di molti che l’arte e la critica vadano sempre poste in relazione alle variazioni e alle contraddizioni che segnano la nostra difficile contemporaneità come testimone del tempo, che non significa rinnovamento. Perché non c’è la consapevolezza di produrre arte e cercarne i motivi sembrerebbe pleonastico, allora dedico anche pagine a un’etica per l’arte per circoscrive l’estetica del brutto. E il perché di questi accenni sta nella formula che oggi predomina ed è ancora e sempre la stessa, nella pseudo prova della capacità degli artisti di interagire in una indagine già compiuta, che sbatte contro l’illogico da decifrare e contro l’opportunismo che cerca nell’arte qualcosa che non c’è, in quanto già Sol LeWitt riconosceva, cioè che le idee possono essere opere d’arte. Però se oggi queste idee non ci sono, cosa fare? È questo il problema che fa prevalere l’anti arte.


