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Il “tempo” nella straordinaria ordinarietà del vivere

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Il “tempo” nella straordinaria ordinarietà del vivere 2

Il tempo – leggiamo nella “Genesi” – è dono per “crescere e moltiplicarsi” e compito per “guadagnare il pane con il sudore della fronte”. Contemporaneamente la stessa rivelazione presenta un Dio che antropomorficamente “lavora” per edificare il mondo e “riposa” per godere dell’opera compiuta. E’ un Dio che crea l’uomo a sua “immagine e somiglianza” anche in questo atteggiamento di fondo, come soggetto libero di godere del tempo che, in chiave ascetico-mistica, corrobora la meditazione, l’incontro con la natura, il rapporto fraterno con gli altri.

L’influsso della cultura pagana su quella cristiana, per un certo periodo, è stato determinante. Possono godere di tempo libero (otium) solo coloro che esercitano professioni liberali e nobili e che, perciò, possono dedicarsi al pensiero e alla osservazione. Chi invece svolge lavori commerciali o manuali (negotium) porta in sé il segno della schiavitù. Il messaggio culturale del tempo nei secoli cambia notevolmente, ma solo a partire dall’VIII secolo si sviluppa uno dei primi valori definibili al “tempo”; lo troviamo nella spiritualità derivata dalla regola benedettina “Ora et labora”. Poi, le alterne vicende storiche e culturali hanno accentuato con forza ora l’uno ora l’altro dei due momenti coessenziali e vitali.

Dobbiamo giungere alla cosiddetta età moderna per poterci immergere in una riflessione sull’uomo otium exercens, in un carico di prospettive che man mano s’amplia in un salto di qualità nella valutazione della dimensione libera e ludica dell’esistenza umana. Così, considerando come questo cambiamento culturale sia stato alla base di problematiche poste sul merito e sulla possibile occasione di affermazione di libertà e di autonomia, come momento gratificante, ecco che il tempo e l’ozio hanno dato inizio a un’evoluzione e a una frattura in vista della crescita globale dell’uomo, cioè come valore in sé. Fino all’attuale società in cui esiste un fluire di attività più orientate al risultato che al tempo impiegato, e fino alla disgregazione del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, diventato, per antonomasia, tempo libero dal lavoro. Tempo di quel Dio che ammette la stanchezza, che legifera sul diritto al riposo, che stanco per la creazione del mondo e dell’uomo si fermò il settimo giorno; quel Dio che instaura un primo esempio di uguaglianza, per il ricco e per il povero, per il potente e il diseredato: un giorno di riposo uguale per tutti e tutti nello stesso giorno. Non solo. Nella Bibbia il “riposo” non è tanto l’assenza di fatica e di lavoro ma è un dono di pienezza, di felicità e di pace che Dio farà alla fine dei tempi, per non “temere – leggiamo nella “Lettera agli Ebrei” – di restare esclusi dalla promessa fatta da Dio di entrare nel suo riposo”.

Il tempo è un segno della nostra emancipazione. E se questo tempo privilegiato viene usato sia per noi che per gli altri, con la realizzazione di noi stessi, con iniziative liberamente scelte, dovrebbe condurci a goderne del suo aspetto impagabile. Il teologo e filosofo Dietrich Bonhoeffer ha descritto il tempo come “il bene più prezioso che ci sia dato, perché  il meno recuperabile, ogni volta che ci voltiamo indietro a guardare ci rende inquieti l’idea del tempo eventualmente perduto. Perduto sarebbe il tempo in cui non avessimo vissuto da uomini, non avessimo fatto esperienze, imparato, operato, goduto e sofferto. Tempo perduto è il tempo non riempito, vuoto”. E’ la circostanza ideale per ognuno di noi che va incontro alla finale perfezione della storia umana, che corrisponde in pieno col disegno dell’amore, per entrare in un “tempo” che è sempre meno un tempo di disimpegno e sempre più soltanto un diverso modo di vivere. Per questo non è più vissuto come un’attesa, ma diventa un momento qualsiasi della nostra vita, senza grande importanza: una semplice alternanza tra tempo impegnato e tempo libero, banali momenti della nostra vita sociale. Non circostanza data a ciascuno di noi per diventare più uomini, crescere più umanamente o spiritualmente, ma tempo prigioniero di un pregiudizio che lo danneggia, impostato – innanzitutto – sulla sua minorità rispetto al tempo di lavoro tradizionale che porta – spesso inevitabilmente – a una considerazione della sua importanza in rapporto a una valenza decisiva per la ricerca o il raggiungimento di una identità personale.

Credo resti improcrastinabile la necessità di elaborare una coscienza del tempo che non sia un surrogato della massimizzazione del lavoro né succedaneo alle culture che lo vorrebbero strumentalizzare. La soluzione potrebbe essere molto semplice: tempo libero e tempo del lavoro come unico tempo da vivere non  psicologicamente ipotecato da una società che ci bombarda con messaggi che vogliono dirci come elaborare le nostre necessità, dove andare in vacanza, quale auto comprare, quali modelli femminili e maschili cui riferirci e quale successo cui anelare. Pochi sguardi, invece, a un’opera d’arte, ancor meno a leggere un libro, a cercare di capire e di capirsi. In fondo quando riflettiamo sull’idea del tempo, non bisognerebbe mai dimenticare quel suo aspetto fondamentale che è quello del “dono”, e quello non restituito alla nostra coscienza, come temeva Bonhoeffer, è immancabilmente tempo perduto. Espressione che è figlia di una società convulsa che caratterizza la quotidianità di molti, da far sembrare che il “tempo donato” sia un privilegio riservato a pochi. Non è così. Alla base c’è un vizio di pensiero, ovvero la diversa concezione di tempo che oggi siamo abituati a vivere e i diversi modi d’intenderlo. C’è quello del mondo giovanile che corre ad accaparrarsi questo tempo nel modo più frenetico possibile e spesso sbagliato, come l’identificare la propria libertà con la discoteca oppure con una folle corsa in auto. Ne sanno qualcosa le famiglie che piangono i loro figli protagonisti, attivi o passivi, del sabato sera, ne sa qualcosa chi cerca ragioni per analizzare la micro delinquenza o il bullismo, chi pratica il gioco d’azzardo per raggiungere facili guadagni, chi “sballa” con alcol o droghe solo perché crede che solo così ci si diverte.

Ritorniamo alla questione della libertà: libero da che cosa e per che cosa? Vi sono espressioni correnti rivelatrici di una cultura del tempo: darsi al bel tempo, sprecare il tempo, addirittura ammazzare il tempo, cioè uccidere il senso vero della libertà. C’è il rischio o la tentazione di un riposo dei valori che conduce a sinonimi di un tempo che viene mal vissuto e mal interpretato; un contenitore (la vita) in cui si tende a far confluire tutto, o meglio, di tutto un po’. In questa visione indefinita di tempo libero cadono i mass media che lo raffigurano con viaggi da sogno, spiagge incantate, alberghi e auto di lusso, night club e shopping, bellissime donne in compagnia di aitanti giovani. Un’identificazione che porta ancora una volta in una spirale d’impoverimento morale, a un sinonimo di tempo che è evasione, il termine che forse più lo equivale e contemporaneamente più lo svilisce. Affiora un senso di vuoto, di inutilità. E’ la ricerca di una straordinarietà, uno svago al nulla culturale o l’andare su strade che conducono in nessun luogo, tanto che una meta qualsiasi – citando Paul Claudel – diventa come il legno a cui s’aggrappa un naufrago. Perché non importa dove andare, basta far parte di quell’evasione finta proposta dai giornali nelle pagine pubblicitarie, dalla tv o vista al cinema, baipassando e sublimando un concetto di vita che non è di tutti e per tutti.

Jorge Luis Borges si riferiva al tempo come a “un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica”, ma sosteneva anche che “il problema del tempo ci tocca più degli altri problemi metafisici. Perché gli altri sono astratti. Quello del tempo è il nostro problema”. Un problema che riguarda l’ordinarietà che ha qualche cosa di ambiguo. S’impone sempre per l’uomo in un viaggio che non trova mai un suo riposo.

Il binomio tempo-riposo porta a un’altra riflessione, ovvero al dolce far niente. Una simile concezione, senza dubbio, non corrisponde alla realtà antropologica del riposo stesso che consiste principalmente nel recupero di un equilibrio personale pieno, che le condizioni della vita ordinaria tendono a distruggere. La società moderna, infatti, non consente dilazioni e si sente il bisogno di una nuova visione della propria vita e di quella dell’umanità. L’attenzione allora non si volge solo a ciò che è contingente, verificabile, risolvibile, ma anche alla ricerca di senso, di trascendenza, attraverso le domande ultime che s’aprono alla dimensione filosofica, al metafisico, all’ideologia politica, alla cultura, alla spiritualità che non necessariamente appartiene alla religione, e per questo avere una motivazione. Il tema in più è vivere il tempo disponendosi alla contemplazione attraverso la bellezza di quanto ci circonda, mantenendo come protagonista la persona, creando occasioni per distendere lo spirito, per fortificare la sanità dell’anima e del corpo, per rispondere ai propri bisogni. Il tempo è una realtà che ha già in sé tutto questo, in quanto espressione di creatività e convivialità, e tutto sta nel rendersene conto, perché prefiggersi delle scelte di tempo apparentemente senza ostacoli né disillusioni, sognando chimere impossibili, significa non affrontare orizzonti personali relativi al rapporto all’ordinarietà in sé; cosicché tutto ciò che assimila nella sua molteplicità la conquista di uno stato di appagamento, oggi avverte la necessità di liberare il tempo.

Forse, abbandonando vecchi stereotipi, basterebbe essere straordinariamente ordinari. Straordinari, appunto!

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