Direttore Andrea Barretta

Il tempo di Warhol e la Pop art

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Il tempo di warhol e la pop art 2

Il mio libro/catalogo sulla storia della Pop art dall’Europa all’America in una nuova esperienza estetica, Edizioni Edistorie, a corredo della mostra che ho curato nel 2025 al Museo della Stampa di Soncino (Cremona). Di seguito uno stralcio.

Alla metà del XX secolo tutto è permeato dal sorgere di numerosi movimenti artistici, che cercano di interpretare le istanze del presente utilizzando nuovi mezzi di produzione e adattandosi ai tempi e ai modi di vivere che filtrano la realtà attraverso visioni intimiste, generando molteplici strumenti d’espressione come la grafica d’arte. Nasce la Pop art, il più rivoluzionario movimento artistico dal dopoguerra a oggi. Proprio in quegli anni centrali del Novecento grandi artisti internazionali si sono confrontati sulla tecnica della grafica, opere d’arte realizzate perlopiù su carta in cui mostrano l’estro creativo in una palestra di sperimentazione di una straordinaria stagione culturale, in un andare dall’Europa all’America con Andy Warhol come protagonista e altre tendenze del tempo, con artisti che non hanno confuso l’inconsueto con l’impraticabile. Tratti capaci di incarnare e descrivere la società di massa del Novecento, prendendo spunti da premesse artistiche, individuabili nella centralità dell’oggetto di uso comune, in una narrazione affascinante.

   L’artista americano che più delinea questo stile è senza dubbio Andy Warhol (1928-1987), con la sua abilità di avere una buona capacità di osservazione, che s’inserisce nell’art system con il suo sguardo lucido e visionario, affermando che “oggigiorno sei considerato anche se sei un imbroglione. Puoi scrivere libri, andare alla Tv, concedere interviste: sei una grande celebrità e nessuno ti disprezza anche se sei un imbroglione. Sei sempre una star. Questo avviene perché la gente ha bisogno delle star più di ogni altra cosa”. E anch’egli inizia la sua carriera creativa a fare il pubblicitario e il vetrinista a New York, forte della sua laurea in Art Design presso il Carnegie Institute of Technology nel 1949, collaborando con alcune delle pubblicazioni più influenti, tra cui Harper’s Bazaar, Vogue, Time, Vanity Fair e Playboy. Tanto che già alla fine degli anni Quaranta fu incaricato di disegnare scarpe per la rivista Glamour, dopo che la direzione aveva pubblicato il suo primo lavoro dal titolo “Success is a Job in New York”. Negli anni Cinquanta iniziò a lavorare come designer per l’azienda di calzature Israel Miller; realizza anche le cartoline di Natale per Tiffany & Co. e illustra i racconti di Truman Capote. Inoltre, nel 1963 crea un centro di produzione artistico che chiama “La Factory”, divenuta punto catalizzatore dell’establishment artistico, dove alloggia e con lui gli allievi in una sorta di comunità dove tutti vanno e vengono con grande libertà, ma pure frequentato dalle grandi star del jet set, tra cui Salvador Dalì, Allen Ginsberg e Jean-Michel Basquiat. Con quest’ultimo Warhol produsse oltre cento opere, all’interno delle quali è visibile il contributo di entrambi gli artisti: “Andy iniziava un dipinto e ci metteva qualcosa di molto riconoscibile sopra, oppure un logo di un prodotto, e io cercavo di deturparlo. Poi tentavo di convincerlo a lavorarci ancora un po’ su”, ha detto Basquiat. Non solo. Anche l’italiano Francesco Clemente iniziò a realizzare con loro dipinti a sei mani. Poi Warhol crea una rivista di moda e cinema “Interview”, disegnandone il progetto grafico editoriale e firmando la copertina.

   Andy Warhola (poi toglierà la “a” finale) cresce a Pittsburgh, in Pennsylvania, figlio di emigrati cecoslovacchi, (la madre Julia era un’artista folk che realizzava decorazioni e disegni) sviluppò un metodo pittorico che lo avrebbe reso famoso, noto come “blotted line” (linea macchiata d’inchiostro), uno stile che avrebbe definito la sua arte. La tecnica consisteva nel tracciare un disegno a matita su un foglio di carta non molto assorbente, a volte copiando o ricalcando una fotografia, e nell’applicare l’inchiostro facendolo asciugare mentre era ancora umido e, in questo modo, l’uso della carta da lucido gli permetteva di ripetere un’immagine di base tutte le volte che voleva e di creare infinite variazioni sull’originale. Dopo, questo tracciato è ricalcato a china e impresso su un foglio di carta più assorbente da colorare, poi i disegni ottenuti erano spesso concretizzati da collaboratori o da amici che lasciava intervenire in libertà. La sua intenzione, però, era quella di essere lui stesso a stampare manualmente, creando piccole imperfezioni causate da una maggiore o minore pressione della mano e del filtro serigrafico in un suo individuale estro. 

   Nel 1960 decide di abbandonare il settore commerciale e inizia a calibrare nuove soluzioni, che vanno dalla copia ingrandita di un fumetto o di un annuncio pubblicitario, allo stencil, ai timbri di gomma che riproducono aerei e francobolli. Un primo successo che attirò i ricchi collezionisti d’arte, e uno di loro nel 1963 Robert Scull, proprietario di una società di taxi, gli commissionò il ritratto della moglie Ethel che condivideva con il marito l’interesse per l’arte contemporanea emergente. Realizzò “Ethel Scull 36 Volte”, in cui invece di utilizzare una sola foto della donna quale modello, scelse di ricorrere a una soluzione alternativa, e portò la signora Scull in una cabina per fototessere attivando gli scatti mentre le faceva battute e boccacce, lasciando che la macchina la fotografasse in modo spontaneo e allegro, in ben trecento fotografie in bianco e nero. In seguito Warhol selezionò le migliori e le ingrandì per farne un grande ritratto composto da trentasei riquadri cui aveva provveduto a dare colori sgargianti.

   La procedura che in seguito Warhol preferirà è quella della serigrafia cui ha dato la massima notorietà, per lui ideale, cioè una tecnica di stampa artistica a uno o più colori stratificati, a volte fuori registro, di aspetti e grafiche mediante l’uso di un tessuto, facendo depositare dell’inchiostro su un supporto, ingegnosità che aveva avuto un grande sviluppo in Oriente e che si era diffusa negli Stati Uniti d’America all’inizio del XX secolo. Proprio quest’uso creativo è quanto ha destabilizzato i critici che consideravano la serigrafia una tecnica minore rispetto alla litografia o all’incisione, perché più meccanica e capace di riprodurre molti più esemplari. Nonostante ciò, come detto, questa riproduzione a stampa ha origini antiche, si ritrovano esempi su seta già nella Cina della Dinastia Song intorno all’anno mille. Il nome deriva proprio dall’unione della parola latina “sericum” (seta) e di “γράφειν” (gràphein, scrivere), con l’uso di telai, maniera poi esportata in Giappone e nei Paesi confinanti, fino ad arrivare in Europa nel XVIII secolo. Successivamente diventò uno dei mezzi espressivi utilizzati nell’ambito della Pop art con colori contrastanti, e Warhol diceva: “Non è forse la vita una serie d’immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi?”. Non solo cose nei soggetti, ma personaggi famosi dello spettacolo e volti conosciuti portandoli a essere impersonali, come per Jacqueline Kennedy Onassis, senza un valore ideologico perché tutte sono messe sullo stesso piano, ma allo stesso tempo icastici.

   L’icona famosa, che abbiamo visto già usata dagli artisti britannici, è quella di Marilyn Monroe: volti sorridenti, nel fissare una celebrità nel tempio dell’arte universale, mettendo in scena la razionalità estetica di un grande artista che ricorda la star di Hollywood e donna forse mai capita fino alla sua morte, avvenuta nel 1962, ancora avvolta nel mistero. La prima opera, la più esclusiva, realizzata da Warhol da un frame in bianconero del film “Niagara” (sulla foto scattata da Gene Korman), e poi da qui le altre nove in quadrati che ha lasciato senza spazi intorno, esposte presso la “Andy Warhol Foundation” di New York nel 1967, le più famose e citate dell’artista americano per l’abbondante risorsa cromatica attraverso la tecnica serigrafica. Con “Shot Sage Blue Marilyn” (1964) Andy Warhol è entrato nell’olimpo di un’opera d’arte su tela del XX secolo più costosa mai venduta all’asta; nel 2022 da Christie’s a New York, a 195 milioni di dollari durante la vendita del catalogo della “21st Century Evening Sale”. Scalzando dal podio “Les Femmes d’Alger” (Version O), capolavoro del 1955 di Pablo Picasso venduto per 179,4 milioni nel 2015, sempre da Christie’s.

   Il metodo che Warhol ha usato per i ritratti della Monroe appiattisce ulteriormente la base bidimensionale: riducendo le sfumature e usando colori brillanti, egli esalta la piattezza emotiva e mostra sottilmente il lato seducente di un sex symbol, una donna che è tutto quel che la società voleva che fosse, ma concentrandosi sulle sue caratteristiche, Warhol in realtà ci ricorda che c’è una donna vera. Gli storici e gli esperti d’arte, infatti, non hanno altre teorie sul simbolismo nascosto in questi ritratti, sui motivi per cui Warhol avrebbe utilizzato determinati colori, e sul messaggio totale che, comunque, ha cercato di trasmettere. Che troviamo nel suo riportare un altro segno visivo del tempo: la Coca Cola. Infatti diceva che “una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua”. Lo reitera nel libro “The Philosophy of Andy Warhol. From A to B & Back Again”, pubblicato nel 1975, in cui leggiamo elogi alla Coca Cola, che “se c’è una cosa grandiosa dell’America è che qui è iniziata la tradizione in base alla quale i più ricchi consumatori comprano essenzialmente le stesse cose dei più poveri. Tu guardi la tv e vedi la Coca-Cola, e sai che il Presidente beve la Coca-Cola, Liz Taylor beve la Coca-Cola e puoi pensare che anche tu bevi Coca-Cola. Una Coca-Cola è una Coca-Cola e non esiste nessuna somma di denaro che possa garantirti di bere una Coca-Cola migliore di quella che sta bevendo un barbone all’angolo della strada. Tutte le Coca-Cola sono le stesse e tutte le Coca-Cola sono buone. Liz Taylor lo sa, il Presidente lo sa, il barbone lo sa, e lo sai anche tu”.

   Multipli in ritratti manipolati con il processo di viraggio, in esemplari diversi che si fanno luce sulla bellezza – destinati a essere con Warhol celebrità principali della Pop art – e in questo modo ha creato un colloquio sulla giovinezza, l’evoluzione e la morte stessa, con un’apparenza statica che le rende immortali, nella serialità che consente la stampa d’arte e che Warhol ha usato anche nel produrre film con un ritmo che ripete la stessa scena in modo rallentato, come in “Empire”, in cui è ripreso per otto ore l’Empire State Building di New York. Tra altri eccentrici suoi film c’è “Sleep” in cui riprende il poeta e attore John Giorno mentre dorme per cinque ore e venti minuti, con la tecnica del Long Take, che consiste una inquadratura di lunga durata che ha lo scopo di ridimensionare l’uso del montaggio cinematografico; e ancora “Eat”, girato in bianco e nero e senza colonna sonora, dove viene ripreso un altro esponente della Pop art, Robert Indiana, a cibarsi di funghi per quarantacinque minuti. E dai film Warhol ha preso ispirazione, così per la serie su Elizabeth Taylor ed Elvis Presley con una foto tratta dal film del 1960 “Flaiming Star”. 

   Nascono in questo periodo la serie dei fiori (Flowers) e di “Car-Crashes” (1963), quella dei “Death and Disaster”, quella dei “Race-Riots” e delle “Eletric Chairs” (1967): una sedia elettrica, uno dei simboli più forti della pena di morte, ma tutti sono basati su immagini violente, scene di incidenti stradali, suicidi, sale operatorie, foto segnaletiche di criminali e armi. Inoltre “Race Riot” (1964), in cui fa riferimento agli scontri razziali avvenuti un anno prima, e “Skull” con colori che contraddicevano l’aspetto del teschio. Poi la sua serie “Ladies and Gentlemen” del 1975, una riflessione sulle tematiche di identità di genere, esplorando con sguardo avanguardista la vita e le esperienze della comunità omosessuale di New York. 

   Altrettanto in un rapporto con il potere, per i self portrait di Che Guevara. Poi la serie di Mao Tse-Tung del 1972, e degli “Hammer with Sickle” (Martello con falce), serigrafie del logo del partito comunista che vide durante un suo viaggio in Italia, ma riprodotto senza alcuna intenzione politica, soltanto colpito dalla larga diffusione e dagli slogan comunisti che ricoprivano i muri delle città italiane in quegli anni di fermento politico. Dopo essere tornato negli Stati Uniti, dove il comunismo era visto come una minaccia per gli ideali occidentali, Warhol fece acquistare una falce e un martello da un negozio di ferramenta e riportò su tela gli utensili con irregolari pennellate di vernice rossa e grigia, ma lasciò il logo dell’azienda statunitense visibile sul manico della falce, marchiando l’emblema comunista come un prodotto capitalista, trasfigurandolo, annullando il significato dottrinale e apportando una considerazione sul rapporto tra ideologia e merce.

   Nel caso di Mao, invece, scelse il ritratto pubblicato sulla copertina del “Libretto Rosso”, e lo ripete diverse volte in vari sfondi di colore sui quali campeggia il volto in primo piano, con la singolarità che l’esponente di un impero comunista divenne una rappresentazione simbolica in un Paese del capitalismo come gli Stati Uniti. Così nelle sue opere non manca, ovviamente, il denaro, tra cui banconote da due dollari firmate e tramutate in opere d’arte, da simbolo economico a ibrido artistico. Nei “Dollar Bills”, una serigrafia che riproduce banconote di un dollaro e “One Dollar Bill (Silver Certificate)”, il primo dollaro dipinto risalente al 1962 e oggi stimato fra tredici e diciotto milioni di sterline, e milioni di sterline per il dittico serigrafico “Front and Back Dollar Bills”, datato 1962 e 1963, poi la serie “Dollar Sign” da due dollari, nel rispecchiare l’importanza del denaro all’interno della collettività e l’impatto che il denaro ha avuto anche nella sua vita tra fama e ricchezza, tanto da sostenere che “fare affari fosse la migliore forma d’arte”, ben riportata nelle tante litografie “$”, dedicate al simbolo della valuta statunitense.

   Interessante come curiosità l’incontro che ebbe nel 1981 con Donald Trump, che era in quegli anni un giovane milionario, imprenditore immobiliare di New York, che in seguito avrebbe segnato la storia della finanza e della politica degli Stati Uniti. Impegnato a investire nella costruzione della “Trump Tower”, il grattacielo con cinquantotto piani destinato a diventare la sua sede operativa, un edificio progettato dall’architetto Der Scutt, simbolo di lusso e opulenza, oltre che del potere economico della famiglia Trump, pensò di chiamare l’artista più richiesto del momento per avere sue opere da inserire nell’atrio della zona residenziale della sua torre, e come soggetto un ritratto dell’edificio da appendere sopra l’ingresso. Warhol accetta l’invito e farà una serie di otto serigrafie su tela che riproducevano, in diverse varianti cromatiche stilizzate, la Trump Tower, con una gamma che andava dal grigio all’oro, al nero e argento, oltre tocchi di quanto chiamava “Diamond dust”, polvere di diamante, ma non era altro che vetro sbriciolato. Si sentiva tranquillo e sicuro di aver fatto un buon lavoro, ma non fu così. Quando presentò le sue opere a Trump si trovò di fronte a una reazione inaspettata: non trovò apprezzamento e, con sorpresa, ebbe in risposta un netto rifiuto. E peggio, non fu pagato, e lui lo definì tirchio.

   “Warhol è il Raffaello della società di massa americana che dà superficie a ogni profondità dell’immagine, rendendola in tal modo immediatamente fruibile, pronta al consumo, come ogni prodotto che affolla il nostro vivere quotidiano. In tal modo sviluppa un’inedita classicità nella sua trasformazione estetica. Così la pubblicità della forma crea l’epifania, cioè l’apparizione, dell’immagine”, ha scritto Achille Bonito Oliva, che sul suo catalogo “Opere grafiche” di Warhol pubblica e cita Lion (1975),litografia offset eseguita in edizione limitata e numerata per Bolaffi Arte nella serie Zodiaco: un leone col rossetto, con riferimento alle macchie di colore rosso che l’artista disegnò sul muso dell’animale, a mo’ di trucco, che sembra richiamare alla mente il volto di Grace Jones, amica dell’artista, che fu probabilmente la sua musa ispiratrice per quest’opera. Un gran numero di amicizie e nei suoi diari, pubblicati postumi, possiamo leggerne aneddoti, da Mick Jagger a Truman Capote, da Madonna a Federico Fellini, dove ci parla anche di feste, litri di champagne e dollari spesi. “Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto”, diceva Warhol. “Ma se per caso ti trovi in una di queste due situazioni, allora non esisti più per la gente, o ti tirano sputi, o scrivono delle recensioni cattive, o ti danno le bastonate, o ti saltano addosso, o dicono che sei un arrampicatore, ma di solito ne vale la pena di essere la cosa giusta nel posto sbagliato o la cosa sbagliata nello spazio giusto, perché succede sempre qualcosa di divertente. Credetemi perché io ho tirato fuori una professione dall’essere la persona giusta nel posto sbagliato e la persona sbagliata nel posto giusto. È una cosa di cui conosco veramente tutto”. Qualcosa del genere affermava anche Roy Lichtenstein, con le sue immagini seriali di grande formato di disegni con parti dialogate inserite dentro nuvolette fumettistiche e figure a punti retinici, nel dire che “tutta la mia arte riguarda in qualche modo un’altra arte, anche se quell’altra arte è il fumetto”.

   La sfida di quel tempo è basata sulla grafica d’arte, nei vantaggi della produzione su larga scala sostenuta da un mercato enorme, in un cambiamento nel modo di pensare con autorevolezza artistica l’atipicità, evidenziando un contributo decisivo nel ripensamento dell’opera d’arte che andava controcorrente rispetto a una traduzione del modernismo, esplorando anche i contesti di installazione e le strategie di esposizione. Con artisti che hanno capito come rivolgersi alla gente, mostrando la vera dimensione del carattere dei mezzi per diffondere e divulgare messaggi a un pubblico indifferenziato, negli anni del boom economico che arriverà anche in Europa e registra, nel periodo postbellico, un aumento delle nascite in una imponente crescita demografica che alimentava la domanda di case, elettrodomestici e automobili. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta (ma ancora prima) una follia consumistica invade la società americana che guardava al benessere, che iniziava a diffondersi nella borghesia impiegatizia, determinato anche dall’acquisto a rate, standard su cui misurare la propria esistenza, nell’inizio di un lifestyle, un modo di vivere all’insegna del divertimento. E Warhol diceva che “comprare è molto più americano di pensare, e io sono molto americano. In Europa e in Oriente la gente ama commerciare … gli americani non sono così interessati a vendere, infatti preferiscono buttare via che vendere …”. Allo stesso tempo per l’arte New York sostituì Parigi nell’essere capitale mondiale dell’era artistica moderna, come la Francia aveva rimpiazzato Milano e Roma, tra individualismo e anticonformismo nel tentare di dimenticare il caos di un mondo distrutto dalla guerra, e la nuova generazione era a caccia di miti soprattutto nella musica, da Thelonious Monk ad Aretha Franklyn, dai Rolling Stones a Elvis Presley e il Rock’n’ Roll, ai The Velvet Underground, il gruppo rock statunitense per i quali Warhol ha disegnato “The Big Banana” per la copertina dell’album “The velvet underground & nico”. Nelle edizioni originali la banana, grazie a una pellicola adesiva, dava il gesto di sbucciarla.

   Senza dimenticare i “drive in” dove si guardava a Hollywood e alla sua narrazione, erano i cinema all’aperto con la macchina con un costo accessibile a tutti, 25 cent per la proiezione e altrettanti per la macchina. Inoltre nel 1955 apre il primo franchising McDonald’s della storia, con un successo immediato che è riuscito a modificare il gusto alimentare, il tempo di stare a tavola velocizzando anche il consumo dei pasti, lanciando il nuovo genere alimentare basato sulla velocità. Dunque Warhol non tralascia il cibo, come i corn flakes della Kellogg’s e altro, ma è stato un barattolo di zuppa la svolta. Dipinge le lattine Campbell perché ben nota alla massa, perché tutti gli americani sugli scaffali dei supermercati o sulle loro tavole hanno adocchiato una “Campbell’s soup”, che lui rileva come segno convenzionale della cultura di massa. Il 9 luglio 1962, a Los Angeles, la Ferus Gallery organizza una mostra con scaffali e i barattoli di Warhol in trentadue tele che presentano le varianti disponibili in commercio, distinguibili nelle etichette che denotano il sapore nell’intera offerta del marchio. Christie’s, nel 2006, ha battuto all’asta per 11,8 milioni di dollari Small Torn Campbell’s Soup Can. Lo aveva detto anche Marcel Duchamp: “Se tu prendi la lattina della zuppa Campbell e la ripeti cinquanta volte, quello che ti interessa non è l’immagine visiva. Quello che ti interessa è il concetto che ti ha portato a mettere cinquanta lattine di zuppa Campbell sulla tela”.

   Andy Warhol stravolse le regole della pittura nell’affermare che il compito dell’arte non era più quello d’inventare qualcosa di nuovo, ma quello di essere alla portata di tutti, dal presidente degli Stati Uniti alla comune casalinga, e con la reiterazione “ha voluto mostrarci che in realtà non c’è ripetizione, che tutto ciò che guardiamo è degno della nostra attenzione. Ed è stata, mi sembra, un’importante indicazione per comprendere tutto il XX secolo”, ha scritto John Cage. È Warhol stesso che conferma di essersi accostato a fare serigrafie nel 1962, e ha scritto che “era tutto così semplice, veloce e casuale. Ne ero entusiasta. I miei primi esperimenti con gli schermi sono stati le teste di Troy Donahue e Warren Beatty, e poi, quando Marilyn Monroe è morta, ho avuto l’idea di lavorare sul suo bel viso, le prime Marilyn”. Il suo lavoro è costituito da una continua relazione con la pittura, il design, la musica, la moda, la fotografia, il cinema e il marketing, che si intrecciano e si influenzano di continuo. Ed oggi anche il suo viso è iconico, soprattutto la fotografia con una parrucca bianca.

   Warhol ci ha lasciati all’età di 58 anni il 22 febbraio 1987, per complicazioni in un intervento di rimozione della cistifellea, ancora indebolito dall’attentato con una pistola, colpito da tre proiettili, il 3 giugno 1968, dalla femminista radicale Valerie Jean Solanas, che non gli aveva perdonato di non tenere in considerazione il copione di una sua opera teatrale, cui era sopravvissuto seppur gravemente ferito. Sono due i musei a lui dedicati: “The Andy Warhol Museum” nella sua città natale, Pittsburgh (Pennsylvania), e “The Andy Warhol Museum of Modern art” a Medzilaborce, vicino al villaggio dove erano nati i suoi genitori in Slovacchia. E a New York la “The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts” dedita alla conservazione della sua eredità artistica in un archivio. “The Last Supper” è una delle sue ultime opere, realizzata poco prima della sua morte. Una esegesi de “L’Ultima cena” di Leonardo, partendo da riproduzioni fotografiche e anche ingigantendo alcuni particolari, come il volto di Cristo, aggiungendo alle serigrafie interventi di pittura, nell’intenzione non di proporre una riflessione sul Cenacolo, ma per quanto il mercato lo utilizzava per pubblicizzare prodotti di vario genere. Gli fu commissionata nel 1985 dal gallerista Alexandre Iola, per il suo spazio espositivo di Milano che si trovava nei pressi della chiesa di Santa Maria delle Grazie, proprio vicino al refettorio dove si trova il dipinto murale di Leonardo. Un catalogo pubblicato nel 1987 da Arnoldo Mondadori ne ripercorre la realizzazione con una documentazione fotografica.

   Come per la maggior parte dei suoi soggetti, Warhol si avvicinò a questa opera attraverso delle rielaborazioni dell’originale: tra queste c’erano souvenir e immagini prodotte per uso commerciale, ma anche una riproduzione in bianco e nero di un’incisione del XIX secolo. Da questo materiale l’artista generò quasi cento variazioni sul tema: dipinti serigrafati, stampe, lavori su carta, e impiegò circa un anno per realizzare le innumerevoli opere che compongono la serie.

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