
Da sabato 18 al 20 aprile a Brescia nel Chiostro del ‘400 della Chiesa di San Giovanni Evangelista la mostra personale di Giacomo Caffi: “Tracce d’identità”.
Come su sovrapposti strati, ecco che la pittura di Giacomo Caffi ci appare in raffigurazioni ideali e culturali che rinnova per noi, e ne fa enigmatiche immagini per il presente, dove suggerisce pensieri per assumere una vista multidisciplinare nel dialogare con tutto ciò che può ispirare la vocazione di una ricerca continua. È l’inquietudine di opere che confermano la maestria di Caffi nel sapersi muovere tra soggetti come testimoni della vita in proposte di confronto e di riflessione, che possono assumere aspetti diversi a seconda del rapporto che l’osservatore ha nei suoi confronti. A noi, infatti, è riservata la gioia dei pigmenti, la finezza dello stile, allargando il panorama delle arti in un dibattito tra filosofia e letteratura, che coglie il nostro artista tra presenze e assenze di configurazioni evocate nel respiro pulsante di bidimensionalità in movimento, nel registrare un’autenticità di sentimento, di umori, di corrispondenze per trovare la luce interna alla materia.
È un campo dove la superficie non è semplice supporto, ma corpo vivo, stratificazione di memoria, in un impianto espressionista che non si limita a una eredità stilistica, bensì si traduce in una comunicazione che trova in ogni singolo elemento il proprio linguaggio primario. Così i rimandi storici possono evocare la densità drammatica di Emil Nolde oppure l’oscillazione psicologica di Egon Schiele, ma qui la corporeità si emancipa dalla sola funzione percettiva per farsi traccia identitaria, e ancora di più quando s’apre a proprie sperimentazioni, dando voce a quanto si assegna all’informale, ossia il significato di non-formale e non di senza forma. Impronte continue che trovano caratteristiche trasmissibili quando la pittura incontra la tela, il legno o superfici specchianti, acrilici e cementite, in lavori di grande formato nell’articolare una creatività che non conosce limiti. Un antefatto nell’urlo di Munch, in una sua partecipazione al grido di rivolta dell’artista che capisce di poter intervenire sulla realtà, qui vista non solo come immagine, ma come denuncia, alternando una analisi tra occhio dello spirito e occhio del corpo.
I volti di Caffi sono sguardi che interrogano, costruiti per abrasione, per innesto, tra impasti spessi, incisioni di pennellate che interrompono la continuità visiva e generano una topografia dell’interiorità. Eppure, non è mai descrittivo. Sono piuttosto apparizioni, un affiorare dall’intensità pittorica, come se la definizione del sé fosse costretta a lottare per esistere dentro il magma cromatico, e gli occhi, spesso nascosti o frontalmente perturbanti, cercano una reciprocità trepidante, a volte angosciata, apprensiva, tormentata. E in questa pratica la materia non è solo mezzo, ma concetto, che custodisce la tensione tra partecipazione e dissoluzione, tra riconoscibilità e perdita sulla tavolozza del proprio io.
Sono stratificazioni mentali, sedimenti emotivi che si addensano fino a trovare una impostazione in spazi dove nulla è stabile: la figura si deforma, si espande oltre i propri confini, suggerendo che l’identità non è forma chiusa, ma processo in continuo divenire. “Tracce”, appunto, da seguire in un cammino dalla straordinaria forza di rappresentazione che sprigiona una tematizzazione che marca la suggestione del tangibile, dalla regolarità di linee alle indagini sui volumi ottenuti anche con la spatola, perché addiviene a una sintassi di modificazioni che confermano le ragioni di una costante nel possedere un modello identificabile in un traguardo in cui porre il suo modo d’essere.
Nell’arte di Giacomo Caffi, infatti, c’è l’articolazione relazionale con l’umanità che prescinde dalla pittura, tant’è che, soprattutto in certe cromie, esplica la narrazione indirizzata a esercizio della verità in una visione tra colori puri e stesure di fondo con sfumature di tono su tono fino a raggiungere un vigoroso lirismo. E per altri versi, ma in un certo qual modo come consecutio, nel potenziare i dettagli con il nero in un grafismo disegnativo nel rapporto con l’individuo che proprio nel colore trova il suo collante, nel fine ultimo che sta in una fascinazione che sorprenderà, che tratterrà la visuale, perché basta un attimo e gli occhi potrebbero rivelare un gesto, una nuova scoperta di senso, a svelare quanto scriveva George Bernard Shaw: “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”.
Andrea Barretta
Giacomo Caffi, Tracce d’identità, Chiostro della Chiesa di San Giovanni Evangelista, Contrada San Giovanni 12, Brescia, dal 18 al 20 aprile. Orari: sabato 16 – 20, domenica e lunedì 10 – 12,30 e 15 – 20.
Ingresso libero.




