Direttore Andrea Barretta

Alberto Peppoloni, un concetto inedito della pittura

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Mostra personale “Spring Summer ‘26” a Milano fino all’1 settembre allo Spazio IsolaSET Palazzo Lombardia.

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   Alberto Peppoloni è impegnato in un progetto artistico che definisce “Decompose”, il primo lavoro nel 1990, per una evoluzione nel processo di scomposizione dell’immagine in poligoni, in un nuovo codice che genera una duplice visione in base al punto di vista da cui si guarda l’opera: osservando in modo ravvicinato si percepisce la forma astratta, allontanandosi la sua matrice originale. Così in questo movimento si creano contesti nell’intenzione di generare lo scorrere di quanto rappresentato, mentre un ulteriore contrasto è dato dal linguaggio compositivo, e prospettive come proiezioni d’incontro a indicare che c’è qualcosa di più in cui sedimentare strutturazioni coloristiche, non per quanto esiste in sé e per sé, ma per un indirizzo e una lettura in cui vedere la realtà in una costituzione tra volumi e una semantica artistica nell’uso dello spazio come contenitore metamorfico.

   Potremmo collocare, in sede critica, le sue opere in quanto rimane e in ciò che appare, a lato di quelle di Kandinskij, Cézanne, Magritte, Fontana e, volendo, dei maggiori artisti del Novecento, in ragguagli di tensioni e vibrazioni comuni. Di Kandinskij il lirismo straordinariamente forte, di Cézanne i motivi fondati su forme semplici, di Magritte l’affermazione della propria sensibilità, di Fontana il colore in una membrana di sogno. Poi per un nesso critico, come motivo d’ispirazione, potremmo citare opere di Man Ray, Morandi, Picasso, Van Gogh, Lempicka, De Pero, Perilli, ma Peppoloni deve tutto a sé stesso, è sé stesso, esprime il suo linguaggio e il suo gusto, e non ha mai perso la capacità di un respiro poetico e di raffinatissimi filtri culturali, come per una sua interpretazione di Rothko, e là dove crea contrasto tra i colori utilizzando tutti i toni di una stessa estensione in modo da raggiungere l’armonia.

   In questo c’è un concetto inedito della pittura, punto di partenza e d’arrivo in un percorso dinamico, in una dimensione della forza espressiva esistenziale nella teoria junghiana dell’inconscio collettivo, dove porta l’astante e dove la creatività è il collante, per far emergere il pensiero della coscienza di sé in una interpolazione percettiva dove il dato reale si svela distanziandosi dalle sue opere, mentre nella vicinanza ammiriamo suggestioni emotive olistiche. La raffigurazione, come nelle due facce di Giano, si fa misteriosa nella duplice ottica in base al punto di vista, nella pittura a momenti tridimensionale, tra quella di base, da dove è partito, e quella terminale, per riprodurre nei colori accesi e piatti una professionalità grafica che richiamano le scomposizioni e ricomposizioni del cubismo. E diverse prospettive visive stanno come proiezioni d’incontro a indicare che c’è qualcosa di più in cui sedimentare strutturazioni non per quanto esiste in sé e per sé, ma per un indirizzo e una lettura in cui vedere la realtà in una formazione di volumi in trasfigurazioni efficienti.

   Se osservando l’opera da un punto di vista ravvicinato si percepisce l’immagine originale, allontanandosi si avverte la sua matrice figurativa. Al fondo c’è sempre una sospensione fra detto e non detto, un’allusività, in quell’entrare e uscire tra figurazione e astratto, che dà tensione tra il rispetto d’una costruzione d’arte e lo scatto verso la singolarità, la pronuncia di un incasellamento e della sua decifrazione, come tracce, indizi, di un’istanza linguistica di qualità affidata alla sensibilità del disegno e a uno stile minuzioso, quello che in qualsiasi campo creativo, dalla letteratura all’arte alla musica, è l’intuizione che informa la composizione dell’opera, perché dipinge ciò che vede, ma allo stesso tempo un suo pensiero.

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   L’arte di Alberto Peppoloni sta nel momento in cui decide di diversificare i soggetti per allontanarsene, e quando s’apre a proprie sperimentazioni, dando voce a quanto alcuna parte di critica assegnava all’informale il significato di “non-formale” e non di “senza forma”. In questa mostra, come nelle altre tra Milano, Monza, Bergamo, Varese e Mantova, e prosegue il suo percorso pittorico da circa trent’anni, il filo conduttore c’è, ed è l’andare nella sua crescita artistica, al di là del pittore di estrazione figurativa, e questo per i pronunciamenti di masse spaziali, tanto che si potrebbe pensare come un artista semplicemente e altrettanto, e soprattutto, libero da convenzioni affinché gli consentisse di leggere in modo straniante e rivelarne aspetti inconsueti tra mutamento e identità.

   Vi riconosciamo motivi di astrazione formale che si evolvono per approdare alla poetica di un proprio canone allorquando diviene colore puro tra ricordi della storia dell’arte e pittura ispiratrice d’altro, come disfatti in un accento che coinvolge il pubblico, anzi ne richiede la partecipazione. E la sua spontaneità sta tutta qui, e nelle sue appassionate pennellate di colore. Nei paesaggi sotto il sole cocente o nella natura che genera ombre, oppure nei cieli stratificati in candidi azzurri, oppure nelle tenui atmosfere del mare, nelle nature morte e nei fiori in affollate sovrapposizioni, ricreati dal passato nel presente in un riassorbimento come risposta a spazi come purificazione di quel silenzio delle cose che soltanto l’arte riesce a riscattare per mezzo delle misteriose sensibili emozioni. Inoltre, in quella tutt’altra parte che rimanda al suo lavoro di grafico.

   L’inventiva, allora, che Alberto Peppoloni tiene nella composizione sta nell’ancorare la realtà non come fattezze senza originale, ma come percezione di un sentire condivisibile, da vedere e comprendere, come metafora dell’agire quotidiano. Con forza e sintesi degli ampi orizzonti, per un bagaglio cui attingere tra significanti plurimi, tant’è che se guardiamo al contenuto, con angolature senza filtri, notiamo l’incontro con altre fughe prospettiche in successioni di piani dove trovare il senso del plausibile oltre qualsiasi impianto iconico che disgrega, e far sentire lo spettatore come coprotagonista quasi in una relazione psicofisica.

   Alberto Peppoloni continua nella sua ricerca artistica sulla decomposizione di elementi e nel 2026 accantona ogni riferimento a soggetti dell’arte antica e moderna per una sua personale contemporaneità che però mantiene in frammenti di luce, come per il nuovo ciclo che chiama “Spring Summer ‘26”, ispirato alla natura, e non solo, in una primavera-estate di colori che presenta allo Spazio IsolaSET di Palazzo Lombardia a Milano. E c’è un momento, davanti a queste tele, in cui l’occhio ancora una volta esita nel decidere se cercare la figurazione o abbandonarsi al gioco delle superfici, che in effetti è lo scopo del nostro artista, su cui fonda il senso della sua intera operazione pittorica, che qui esplica nel confrontarsi con sterlizie, un campo di pannocchie e un omaggio a Milano.

   Resta, dalle passate esperienze, un medesimo linguaggio formale, ossia una scomposizione poligonale dello spazio, quasi geometria trasposta in pittura fra triangoli o poliedri irregolari e ognuno un frammento di colore puro accostato al vicino per contrasto o per prossimità tonale. L’esito, come sempre, non è un mosaico casuale, ma un territorio che vibra come se fosse illuminato da una fonte interna, giacché la luce non cade sulle forme, ma sembra piuttosto nascere da esse, in una esplosione variopinta tra verde, rosa, magenta, viola e blu profondo, attraversate da un fascio di gialli e aranci che si apre come una corolla al centro dell’assetto.

   Ciò che rende interessante questo nuovo approccio artistico di Peppoloni non è tanto la tecnica in sé, perché lo smembramento in linee è una sua grammatica riconoscibile, quanto l’uso che l’artista ne fa come dispositivo percettivo, giacché la geometria non semplifica la realtà, la moltiplica, e ogni sfaccettatura è una risoluzione cromatica, mentre l’accumulo di queste determinazioni genera una immagine che oscilla continuamente tra astrazione pura e figura latente. Il risultato è quello che già conosciamo, quello a cui ci ha abituati Alberto Peppoloni con la sua maestria, ed è una pittura che chiede tempo allo spettatore, allorquando da lontano si percepisce l’atmosfera e da vicino si scopre la struttura, il calcolo quasi architettonico dei piani, ed è in questo doppio regime di visione, sintesi e analisi, che le sue opere trovano la loro forza più autentica.

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   Il progetto “Decompose” è dunque un percorso riplasmato in un nuovo codice che genera scoperte in base al punto di vista da cui si guarda l’opera. In questi sussulti del colore si creano le finalità che sono quelle di generare un’opera moderna nel produrre un’ulteriore contrasto dato da un linguaggio compositivo contemporaneo che ben si fonde all’uso classico e tangibile della pittura a olio su tela. Una tra le tesi personali sostenute dal nostro artista è che “se le distruzioni grandi o piccole, che viviamo nel microcosmo quotidiano, non ci annientano definitivamente, possiamo forse trovare una nuova linfa nel ricreare attraverso l’arte”. Perché “fuori il mondo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana”, ha scritto Muriel Barbery.

   La pittura di Peppoloni invita a guardare in maniera diversa, ricorrendo a modelli percettivi differenti da quelli abituali, proprio per le sue apparenze, nel senso di contrapposto a sostanza e verità, a scoprire sembianze che si delineano dallo sfondo e attivano una nuova forma d’idea, perché l’oggettività non è quello che si distingue e si vede all’istante, ma quanto tramite la materia e le tecniche approda a una posizione in continuo divenire come per un viaggio introspettivo, a creare altri fondamenti di riferimento, quasi ai bordi dell’impossibile. Sono luoghi non luoghi dove il nostro autore lascia frammenti di sé, per quell’arte in grado di cogliere il visibile nell’invisibile, nei gialli e negli azzurri, fino al rosso e nel verde in diverse tonalità e ai grigi. Sono respiri pulsanti di una superficie in oscillazione, nell’analisi identitaria, come spunto per trovare la luce interna dentro misure proiettate dalla sua tavolozza, in cui l’occhio vaga nell’illusione di più spazi, nello stupore di slanci che non esistono stando fermi.

   Siamo sempre di fronte allo stesso rivelarsi dell’artista e al suo stile, nel disegno delle varie fasi, tra risultati che nascono dal semplificare, dentro strutture con la sensibilità alle variazioni, ai più impercettibili dislocamenti percettivi. Tanto che nei suoi dipinti sembra soprattutto protagonista una metafora che mantiene intatti i suoi segni vitali, fino a manifestare una forza interiore che non è solo un equilibrio che reclama attenzione, finezza dello sguardo, nell’euritmia cromatica di superfici tra appartenenze di matrici compositive che sono i motivi di condivisione con i maggiori interpreti dell’arte moderna figlia delle avanguardie, giacché se l’informale mirava al dissolvimento, allora nelle tele del nostro artista possiamo cogliere la ricapitolazione dell’arte nell’arte, e sondarne gli stati d’animo come rinnovamento. Come a studiare la metamorfosi kafkiana, in una storia drammatica a rappresentare l’uomo contemporaneo, schiacciato da una realtà che lo opprime e che non riesce più a capire. Sono i principi di una diversa antropologia cui guarda con la cultura che pure muove le sue scelte, anche spirituali, vibranti grazie alla capacità tecnica e fuori da tutti i possibili riti descrittivi. Ognuna delle sue opere, infatti, richiede attenzione, per fugare l’enigmaticità di alcune alterazioni metamorfiche, ma pure ad andare tra fascino e inquietudine nella nostra anima, nel magnetismo di un’arte colta, che non disdegna l’immaginifico, nel bisogno che si ha di un rapporto con l’illimitato quando per evadere vogliamo rientrare in noi stessi, essere veramente noi.

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   Con Alberto Peppoloni attraversiamo un ponte che supera il silenzio, a dare voce a una migrazione del pensiero verso ambiti interiori capaci di far vivere al fruitore impressioni soggettive immediate immergendosi nelle sue tele, dove orientarsi o disorientarsi per disegnare altre vie, per tradurre la propria esistenza, teofania contenente il codice cifrato della fantasia, di un canovaccio in cui lacera il cubismo orfico, in polimorfe geometrie che restituiscono il profilo di imponderabili incarnazioni e istanti da catturare. Il punto focale, dunque, è lo spazio visivo in cui il colore si fa forma e viceversa, in una appropriazione reciproca che identifica l’arte di Peppoloni e ne documenta i continui progressi, anche in questa esposizione che documenta lavori in una sorta di antologica, non nel senso che riprende le opere apparse in mostre precedenti, ma nel senso che rispecchia delle antecedenti i temi e i contenuti lirici, qui su un crinale più alto, perché intanto ha maturato una più elevata autenticità dei mezzi espressivi. Le opere di questa mostra, infatti, corrispondono in tutto a una meditazione, ma soprattutto coincidono con il suo essere artista in una ricerca di bellezza sul filo della memoria, in un suo incremento negli anni, in una compattezza e austerità rigorosa della dimensione, per materializzare sensazioni nella … metamorfosi dell’immagine.

Andrea Barretta

La mostra con ingresso libero fino all’1 settembre, da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 19.

Spazio IsolaSET, Regione Lombardia, Ingresso N2, Via Luigi Galvani, 27, Milano.

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